Per il corretto funzionamento di questo sito devi accettare attivamente i cookies sul tuo dispositivo

iscriviti alla newsletter         

  • Home
  • Ritrovandoci
  • Armando Scognamillo, pittore leccese, in arte Papes si racconta.

Armando Scognamillo, pittore leccese, in arte Papes si racconta.

La vita e i sentimenti di Papes pittore leccese

 

Armando Scognamillo è un pittore leccese molto conosciuto e apprezzato. Scopriamo un po' di lui direttamente dalla sua voce. Papes ci racconta della sua vita, come e perché è diventato il pittore.

Alcuni aneddoti legati alla sua infanzia e alle sue prime mosse da pittore professionista sono curiosi e interessanti allo stesso tempo.

Armando Scognamillo è un uomo sicuro di sé. Probabilmente perché nella sua vita ha sempre agito liberamente con la sua bontà. Conoscendolo infatti è questo quello che trasmette: bontà e sicurezza.

L'articolo è la trascrizione del video dove Papes si racconta.

 

 Di seguito il Trailer. Qui il video completo di Papes che si racconta.

 

Papes, pittore leccese

Papes è un pittore salentino, precisamente leccese. Il nome Papes deriva da un componente di un complesso musicale ‘I Giganti’: Enrico Maria Papes. Erano gli anni ’60, anni in cui incominciavo a dipingere. Somigliando a questo cantante, decisi di mettere il nome più corto, anziché il mio cognome Scognamillo, perché sarebbe risultato troppo lungo porlo sul quadro. Quindi ho deciso di tenere questo nome per tutta la mia carriera artistica. Oggi la gente mi conosce come Papes, piuttosto che come Scognamillo o Armando.

 

Quando ha inconminiato a dipingere Papes?

Ho iniziato a dipingere professionalmente a 20 anni, dopo la leva militare. Però prima ancora disegnavo per passione. Già quando ero piccolino, nei collegi (dove mi trovavo per frequentare le scuole elementari perché orfano del padre) avevo la passione di dipingere. Tutti i ragazzi della colonia si radunavano vicino a me per vedere come disegnavo. Erano entusiasti, piacevano i miei disegni e rimanevano incantati.

Da militare, poi, il comandante mi aveva dato un hangar vuoto dove c’erano gli attrezzi telefonici. Ero nel gruppo guarda fili. Il maresciallo mi diede questa opportunità. Per cui anche da militari ho continuato a dipingere. E i militari, miei commilitoni, si compravano i miei lavori.

Quindi la mia passione è stata sempre la pittura.

Congedatomi dal militare ho continuato a dipingere. Però a casa non erano tanto contenti perché all’inizio non era questo genere di pittura impressionista, bensì era una pittura informale perché essendo autodidatta cercavo qualsiasi genere di pittura più per formarmi. Ricordo la disapprovazione a casa: “Vai a lavorare”, “Che pensi a fare queste cose”. Siccome dipingevo quadri con l’acrilico, poi dovevo metterli a terra per farli asciugare e mia sorella, o mia madre, scherzando dicevano: “Sta face le sagne ‘nacannulate”. Riempivo la casa tutta di questi quadri.

Ho avuto anche delle umiliazioni. Secondo la mia ingenuità facevo i quadri e pensavo di venderli subito. Sono andato a chi comprava i quadri, a qualche gallerista ma nessuno comprava niente.

Però questi episodi non mi hanno scoraggiato, anzi mi hanno formato maggiormente. Perché ho sempre pensato “Nessuno è profeta in patria ed io lo sarò”. Cioè ho avuto la tenacia di fare il pittore. Ma non per scopo di guadagno ma perché sentivo questa vocazione.

 

Papes in giro per l'Europa per crescere nella pittura

Così ho girato un po’ tutta l’Europa. Sono stato a Bruxelles, in Accademia di belle Arti. Sono stato a Parigi Montmartre, dove dipingevo. Ma Parigi è stata una delusione perché l’arte non c’era più. Per me era una prova. Pensavo di andare a Parigi e trovare la culla dell’arte, ma non era affatto vero. Erano gli anni ’68, anni della rivoluzione studentesca. Per cui i gendarmi venivano a Place du Tertre e ti controllavano. Se dipingevi un soggetto diverso da quello che era la chiesa del Sacro cuore ti impedivano di dipingere. Io mi sono sentito offeso. Ero a dipingere nella piazza i pittori che erano lì con me e i gendarmi con i manganelli che ci controllavano. Ma mentre lo facevo i gendarmi me lo hanno impedito.

Dopo un po’ ho pensato che non potevo più rimanere a Parigi. Quindi sono ritornato a casa, a Lecce, ed ho messo uno studio in Vico dei Sotterranei. In seguito ho preso uno studio in viale Loreto dove sono stato 18 anni. In seguito ho comprato questo studio in via Euippa, 3. Da 35 anni  sto qui a dipingere. E con i miei 50 anni di attività artistica oramai sono conosciuto in tutta Lecce e provincia. La gente ha accettato me e la mia pittura. E tutt’ora sono apprezzato. Però i tempi sono cambiati. Oggi si arreda in modo diverso: stampe, uncinetti, o altri tipi di arredo. Ma di intenditori ce ne sono pochissimi. Insomma è cambiato il modo di acquistare e vedere.

 

Come dipinge Papes e quali sono le sue emozioni

Inizio a dipingere con il soggetto già impresso nella mente, so già cosa devo realizzare. Se mi prefiggo di dipingere una natura morta la metto d’avanti e la faccio dal vero.

I quadri inventati per me non hanno nessun valore. Un pittore deve dipingere ciò che è la sua vita. Se ha avuto una storia sentimentale dipinge la sua ragazza. Se ha avuto qualche dissidio nella vita, con rabbia ha mette sulla tela questi episodio. I miei quadri sono fatti tutti dal vero. Difficilmente si troverà un quadro commerciale. Purtroppo bisogna fare anche quello. C’è chi vuole fare un regalo di matrimonio e non vuole spendere molto si deve accontentare di un vaso di fiori inventato. Però un quadro che racconta un episodio della mia vita è più impegnativo e non può essere dato per pochi soldi.

Qualcuno di questi quadri li ho a casa. Non li vendo. Sono quadri che ho fatto a Parigi, ad esempio. Qualcuno però ha insistito vedendo alcuni miei quadri affinché glieli vendessi. Ad esempio quando nevicò a Lecce, era il 1987, se non mi sbaglio, dipinsi una mostra con tutta la città innevata. Vendetti tutti i quadri eccetto due che conservai a casa fino a quando non me li chiesero. Uno rappresentava la chiesa di San Matteo innevata, l’altro via Euippa con i balconi pieni di neve. 

Quindi a casa sono rimasto con poche opere. Ho solo qualche veduta di qualche villino di san Lazzaro, dove ho abitato per un po’ di tempo. Un quadro fatto a Parigi. Un quadro della mia villetta dove abitavo in campagna. Cioè quadri ai quali sono affezionato. 

Riprendendo il discorso di prima. Quando dipingo sento un senso di calma, di benessere spirituale. Mentre dipingo mi estraneo, non penso più a nulla e non mi interessa niente. Mi interessa solo l’opera che sto facendo. La guardo, la riguardo, mi allontano, finché non esce come dico io.

 

Come sono stati i rapporti con gli altri pittori?

I rapporti con gli altri artisti sono stati molto buoni, mi hanno sempre apprezzato. Ricordo un amico pittore che quando ha visto un mio quadro ha detto “questo quadro ha una potenza interna, ha una forza…” Questo quadro ce l’ho a casa.

I rapporti sono stati sempre amichevoli, mai di contrasto o di invidia perché ognuno ha il suo stile. C’è chi fa l’impressionista come me, c’è chi fa il classico, chi è figurativo, chi è moderno. Diciamo che non mi trovo in sintonia con quelli dell’accademia. Lì hanno tutto un altro modo di dipingere, un artista finisce gli studi con ciò che ha appreso dal professore, per cui non ha niente di personale.

Io essendo autodidatta ho sperimentato diversi stili di pittura per arrivare al mio, quello che vedi, che piace molto alla gente. 

 

Cosa senti di dover dire alle nuove generazioni di pittori?

Alle nuove generazioni di pittori mi sento di dire di essere più modesti. Chi esce dall’accademia non deve atteggiarsi a maestro. La strada della pittura è molto lunga e non si finisce mai di imparare. Ci vuole modestia e umiltà per fare il pittore. Non bisogna sentirsi arrivato. Per poter fare o vivere da pittore bisogna saper realizzare ciò che viene richiesto dal committente, sia che si tratti di un ritratto, sia che si tratti di una copia del Caravaggio. Insomma bisogna fare un po’ di tutto. Mentre vedo che chi esce dall’accademia dipinge a modo suo e non vuole fare cose diverse da quelle che piacciono. Ed allora non vivrai mai da artista. Bisogna fare ciò che la gente chiede.

A me succede che vengono con fotografie di bambini, di figli o di genitori morti per realizzare un quadro. Ultimamente, per esempio, una signora mi ha chiesto una copia di un campo di fiori di Monet. Sono stato chiaro con la signora. Non potrò farla mai come lo ha fatto Monet perché non è definita. L’impressionismo non è una pittura definita. Sono tutte macchie di colore, tutte pennellate veloci, robuste: difficilmente si può fare una copia esatta. Alla signora ho suggerito di fare una stampa. Al massimo avrei potuto fare un quadro con queste ninfee come lo vedo io, cioè che assomiglia un po’ ai colori di Monet, però non sarà mai uguale, perché sarà sempre una copia, una copia che non ha valore. 

 

Cosa è la bellezza per Papes?

La bellezza è quando vedi un qualcosa che ti tocca nel cuore. La bellezza si vede. La si può vedere in una persona, in un oggetto, in un’opera d’arte. È una cosa che istintivamente ti entra nel cuore e affermi: “quant’è bella”… Ma non ci sono neanche parole. La bellezza è un sentimento, un’emozione che ti da una cosa. Impossibile definire se una cosa è bella o brutta. Se ti da un’emozione è una cosa bella, la senti nel cuore.

 

 

Tags: artista, pittore

©2020 Nel Bel Salento - di Antonio Ferriero 
Via Don A. Niccoli, 90, Carmiano - LE
P.Iva: 04969240755